Povertà Assoluta e Povertà Relativa

Definizioni di povertà assoluta e povertà relativa

La povertà assoluta fa riferimento alla mancata capacità di spesa da parte di una famiglia grazie alla quale poter accedere ad “un paniere di beni o di servizi considerati essenziali per evitare gravi forme di esclusione sociale. A partire dall’ipotesi che i bisogni primari e i beni e i servizi che li soddisfano sono omogenei su tutto il territorio nazionale, si è tenuto conto del fatto che i costi sono variabili nelle diverse zone del Paese” (Istat, “La povertà in Italia. Anno 2016”). Questo tipo di povertà è definita appunto assoluta (da latino “ab” = da e “solutum” = sciolto), in quanto la famiglia è definita povera non in relazione ad altre famiglie, ma in funzione della propria capacità di spesa.

La povertà relativa invece “fornisce una valutazione della disuguaglianza nella distribuzione della spesa per consumi e individua le famiglie povere tra quelle che presentano una condizione di svantaggio (peggiore) rispetto alle altre. Viene infatti definita povera una famiglia di due componenti con una spesa per consumi inferiore o pari alla spesa media per consumi pro-capite“ (Istat, “La povertà in Italia. Anno 2016”).

Tornando alla povertà assoluta, possiamo dire che “i fabbisogni essenziali sono stati individuati in un’alimentazione adeguata, nella disponibilità di un’abitazione – di ampiezza consona alla dimensione del nucleo familiare, riscaldata, dotata dei principali servizi, beni durevoli e accessori – e nel minimo necessario per vestirsi, comunicare, informarsi, muoversi nel territorio, istruirsi e mantenersi in buona salute“. I fabbisogni essenziali identificano una soglia economica che una famiglia in povertà assoluta non riesce a raggiungere. Più precisamente, si tratta “di tante soglie di povertà assoluta quante sono le combinazioni tra tipologia familiare (ottenuta come combinazione tra numero ed età dei componenti), ripartizione geografica e tipo di comune di residenza“.

Per quanto riguarda la povertà relativa, questa varia invece solo in base all’ampiezza familiare. Inoltre, “al fine di distinguere tra le differenti condizioni di disagio, alla soglia di povertà relativa standard vengono affiancate quattro soglie aggiuntive, pari rispettivamente all’80%, al 90%, al 110% e al 120% del valore standard. Queste soglie consentono di individuare da un lato la quota di famiglie che, sebbene non siano relativamente povere, sono maggiormente esposte al rischio di diventarlo, dall’altra la quota, tra le famiglie povere, di quelle con livelli di spesa per consumi molto al di sotto della linea di povertà” (Istat, “La povertà in Italia. Anno 2016”).