ESSENTIALS AND LINKS IN MATERIA DI REDDITO DI CITTADINANZA E DI REDDITO MINIMO

Penso che chiunque di voi abbia sentito parlare almeno una volta di reddito di cittadinanza, forse non tutti hanno sentito parlare invece di reddito minimo garantito o di reddito di dignità.

Il tema è quanto mai di attualità in Italia ed è oggetto di confronti serrati in Parlamento, dove sono state depositate diverse proposte di legge in tal senso e altre sono in via di elaborazione ad opera di partiti, associazioni e organizzazioni della società civile, ma anche ad opera dell’INPS.

Addirittura, alcune regioni (tra le altre la regione Lombardia) o città con un certo numero di abitanti (vedi il Sostegno per l’Inclusione Attiva o SIA), stanno già sperimentando misure di questo tipo o le stanno programmando per precedere il governo, per non attendere troppo l’uscita di una legge valida a livello nazionale, che si sa, spesso si fa attendere troppo.

Ciascuna proposta presenta proprie caratteristiche distintive, perché, al di là delle definizioni di base, il modo con cui possa essere declinata questa forma di “welfare universale” può variare moltissimo in base al target di beneficiari indirizzato, al tipo di condizionalità o alla non condizionalità per l’identificazione degli aventi diritto, alla cumulabilità o alternativa rispetto ad altre forme assistenziali, alle modalità per reperire le risorse necessarie a garantire la copertura finanziaria della misura all’interno del bilancio statale.

Come è facile intuire, il discorso è tutt’altro che semplice e alla luce dell’analisi che abbiamo condotto in materia, viene da pensare che al di là della bontà dell’impianto normativo che si intenderà adottare, è verosimile che l’efficacia della misura dipenderà molto da come le leggi verranno poi applicate dagli enti preposti, e dalla capacità e coscienziosità del cittadino di fare buon uso della misura, specie se questa non presenterà carattere di condizionalità. Naturalmente, quanto più la legge sarà mirata per indirizzare il problema o i problemi che si vogliono risolvere, tanto più le risorse messe in campo dallo Stato si riveleranno un investimento positivo e non uno spreco di denaro pubblico.

Forse abbiamo già messo troppa carne al fuoco e ci scusiamo per questo, ma vedrete che, se armati di pazienza vi impegnerete a leggere con attenzione il nostro post e i link agli approfondimenti di rimando, potrete elaborare una vostra critica consapevole sull’argomento.

Il nostro post si occuperà degli Essentials, cioè delle informazioni essenziali per capirci qualcosa e rimanderà ad appositi link per approfondimenti.

Più avanti poi, pensiamo di aggiornarvi con nuovi post sull’argomento, per cercare di capire ancora qualcosa in più rispetto alla misura.

L’articolo si suddivide nei seguenti capitoli:

 

Perché dilungarci oltre con l’introduzione allora? Cominciamo!

DEFINIZIONI

Anzitutto, bisogna dare i nomi giusti alle cose giuste.

In realtà, anche tra gli addetti del settore, si assiste spesso ad una confusione in termini, o quanto meno si va incontro a imprecisioni.

Vi riportiamo quindi qui le definizioni utili a orientarvi nel variegato panorama delle proposte di reddito di cittadinanza e di reddito minimo garantito per l’Italia.

Le fonti su cui ci siamo basati sono il working paper sul reddito di cittadinanza a cura del Prof. Pasquale Tridico, del Dipartimento di Economia dell’Università Roma Tre e il documento “Reddito Minimo e Nuove Forme di Welfare” a cura del Gruppo Tortuga del Circolo Pd EconDem Milano Europea.

Le prime tre definizioni che vi forniamo sono quelle di reddito minimo garantito, reddito di cittadinanza condizionato e reddito di cittadinanza incondizionato.

Il reddito minimo garantito RMG “prevede che ogni individuo (occupato e non) riceva una somma pari alla differenza tra il RMG, che si fissa ad una soglia X, ad esempio la soglia di povertà relativa, e il suo reddito, se il suo reddito è inferiore a X.”

Il reddito di cittadinanza condizionato RCC prevede che ogni cittadino riceva “una somma maggiore o uguale ad una certa soglia critica (di nuovo ad esempio la povertà relativa o assoluta), se ha un reddito inferiore a quanto stabilito, fino a raggiungere il RCC. Il RCC è “means tested” cioè testato sui mezzi (patrimoniali e reddituali) del richiedente.”

Il reddito di cittadinanza incondizionato RCI “prevede che ogni individuo riceva una somma pari a RCI indipendentemente dal suo reddito. Il RCI quindi non è “means tested”. Esso trova un riscontro empirico solo in pochissimi casi: è attivo (in forma modesta) in Alaska. Si discute circa una sua possibile attivazione in Brasile, e si trovano esperimenti in alcuni paesi dell’Africa e in alcuni stati dell’India.”

Come potete notare, il RMG e il RCC diventano la stessa cosa se adottano lo stesso criterio per l’identificazione degli aventi diritto, criterio che può essere la cittadinanza, oppure la residenza da un certo numero di anni nel territorio del Paese che ha adottato una soluzione di RMG o RCC. Pertanto, nel seguito, quando parleremo di RMG, ci riferiremo allo stesso modo al RCC.

All’inizio dell’articolo abbiamo parlato anche di reddito di dignità. Questo di fatto è equivalente al RMG ed è stato utilizzato dall’associazione “Libera, Associazioni, Nomi e Numeri contro le Mafie” per identificare una campagna avviata da Libera e Gruppo Abele finalizzata a chiedere al Governo di calendarizzare entro 100 giorni una legge per il reddito minimo o di cittadinanza. Il motivo è dovuto al fatto che l’associazione ritiene che l’assenza di un sistema welfare adeguato a far fronte ai problemi della povertà e di una occupazione che si rispetti, si configurano come un mancato rispetto per la dignità dell’individuo, esposto com’è ad accettare lavori degradanti o in nero, o, il che è peggio, a finire nel circuito criminale mafioso.

Ci sono poi altri sistemi di welfare che fanno capo al mondo del lavoro e quindi sono più specifici rispetto alle forme integrative o sussidiarie al reddito sopra descritte. In particolare, il riferimento è al salario minimo e al sussidio o indennità di disoccupazione.

Il salario minimo rappresenta semplicemente “un limite minimo orario di retribuzione per ogni tipo di lavoro regolare. Tuttavia, anche il salario minimo va considerato uno strumento di lotta alla povertà, nello specifico mirando a prevenire l’esistenza dei lavoratori poveri, e il suo lavoro può essere complementare all’introduzione di un reddito minimo, tanto che una forma di salario minimo è inclusa in alcuni dei disegni di legge sul reddito minimo o di cittadinanza presentati in Parlamento.”

Per finire, il sussidio o indennità di disoccupazione fanno riferimento a forme di assistenza al reddito rivolte esclusivamente ai disoccupati e sono spesso “complementari a forme di contrasto alla povertà come il reddito minimo“. Sono peraltro esclusi anche gli inoccupati, ovverosia coloro che, pur in cerca di lavoro, non hanno mai lavorato. In genere, si caratterizzano per essere limitati nel tempo e per essere proporzionali ai contributi versati (ad esempio la NASpI).

 

PERCHE’ IL REDDITO DI CITTADINANZA/MINIMO GARANTITO

Si potrebbero riportare diverse motivazioni in favore dell’introduzione del reddito di cittadinanza o del reddito minimo garantito, ma la ragione di base è la volontà di contrastare la povertà e il rischio di cadere in povertà per le persone.

L’obiettivo tra l’altro dovrebbe essere perseguito con insistenza dal nostro Paese, considerato come questo costituisca il primo degli obiettivi di sviluppo sostenibile che le Nazioni Unite si sono poste di raggiungere entro il 2030.

L’Italia, da questo punto di vista, si è dimostrata piuttosto carente nel far fronte alle difficoltà economiche degli individui a partire dal 2007, anno di inizio della crisi economica per le economie avanzate, come mostrano le figure seguenti.

Andamento della Povertà Relativa degli Individui in Italia nel periodo 2007 - 2014. Fonte dati, ISTAT. La povertà relativa degli individui è aumentata progressivamente, passando da circa 6'098'000 persone a circa 7'815'000.

Figura 1. Andamento della povertà relativa delle persone in Italia nel periodo 2007 – 2014. Fonte dati, Report ISTAT 2014 sulla povertà in Italia

 

Andamento della Povertà Assoluta degli Individui in Italia nel periodo 2005 - 2014. Fonte dati, ISTAT. La povertà assoluta degli individui è aumentata progressivamente, passando da circa 1'911'000 persone a circa 4'102'000.

Figura 2. Andamento della povertà assoluta delle persone in Italia nel periodo 2005 – 2014. Fonte dati, Report ISTAT 2014 sulla povertà in Italia

 

Persone a rischio povertà o esclusione sociale in Italia nel periodo 2010 - 2014, dati espressi in percentuale. Fonte ISTAT. Il rischio di povertà o esclusione sociale è passato dal 25% del 2010 al 28,3% del 2014. Il rischio di povertà è passato dal 18,7% del 2010 al 19,4% del 2014. La bassa intensità lavorativa è passata dal 10,6% del 2010 al 11,6% del 2014. La grave deprivazione è passata dal 7,4% del 2010 al 12,1% del 2014.

Figura 3. Persone a rischio povertà o esclusione sociale in Italia nel periodo 2010 – 2014, dati espressi in percentuale. Fonte Report ISTAT 2014 su reddito e condizioni di vita.

Per comprendere meglio le figure, è necessario anzitutto ricordare cosa si intenda per povertà relativa, povertà assoluta, rischio di povertà e condizione di grave deprivazione materiale.

Al proposito, come ci ricorda Il Post in uno dei suoi articoli, è bene anzitutto osservare come “Le stime diffuse dall’ISTAT provengono dall’Indagine sulle spese delle famiglie, che ha l’obiettivo di rilevare «la struttura e il livello della spesa per consumi secondo le principali caratteristiche sociali, economiche e territoriali delle famiglie residenti». In pratica vengono rilevate tutte le spese sostenute dalle famiglie residenti per acquistare beni e servizi destinati al consumo familiare: generi alimentari, utenze, arredamenti, elettrodomestici, abbigliamento e calzature, medicinali e altri servizi sanitari, trasporti, comunicazioni, spettacoli, istruzione, vacanze, e così via. Ogni altra spesa effettuata per scopo diverso dal consumo è invece esclusa dalla rilevazione (per esempio le spese legate al lavoro).

Sempre Il Post, ci chiarisce meglio che cosa si intenda quindi per povertà assoluta e povertà relativa.

La povertà assoluta classifica quindi le famiglie in base all’incapacità di acquisire determinati beni e servizi che vengono considerati essenziali per vivere in modo minimamente accettabile. Viene misurata in base alla valutazione monetaria di quei beni e servizi che vengono considerati essenziali. L’ipotesi di partenza è che i bisogni primari e i beni e i servizi che hanno a che fare con i bisogni primari siano omogenei su tutto il territorio nazionale, tenendo però conto del fatto che i costi sono variabili tra le varie zone del paese. L’unità di riferimento è la famiglia, considerata in base alle caratteristiche dei singoli componenti. I bisogni primari sono divisi in tre aree: alimentare, abitazione, residuale. Hanno cioè a che fare con un’alimentazione adeguata, un’abitazione che deve corrispondere alla dimensione della famiglia, che deve essere riscaldata e fornita dei principali servizi, e una serie di altri parametri che hanno a che fare con il minimo necessario per vestirsi, comunicare, informarsi, muoversi sul territorio, istruirsi e mantenersi in buona salute.

Il valore monetario dell’insieme dei bisogni primari corrisponde alla soglia di povertà assoluta: la spesa minima necessaria per acquisire i beni e i servizi essenziali. La soglia di povertà assoluta varia in base alla dimensione della famiglia, alla sua composizione per età, alla ripartizione geografica e alla dimensione del comune di residenza.

La misura di povertà relativa dà invece una valutazione «della disuguaglianza nella distribuzione della spesa per consumi e individua le famiglie povere tra quelle che presentano una condizione di svantaggio (peggiore) rispetto alle altre. Viene definita povera una famiglia di due componenti con una spesa per consumi inferiore o pari alla spesa media per consumi pro-capite». La soglia di povertà, per una famiglia di due componenti, è pari alla spesa media per persona nel paese e si ottiene dividendo la spesa totale per consumi delle famiglie per il numero totale dei componenti. Nel 2014 questa spesa è risultata pari a 1.041,91 euro mensili. Per le famiglie formate da più di due persone viene utilizzata una scala di equivalenza.

Per entrambe le misure di povertà (assoluta e relativa), si ipotizza che le risorse familiari vengano condivise in modo equo tra tutti i componenti: «Di conseguenza gli individui appartenenti a una famiglia povera sono tutti ugualmente poveri».

Per finire, il rischio di povertà è definito rispetto ad una soglia, calcolata come il 60% della mediana della distribuzione del reddito familiare disponibile equivalente, che non include l’affitto imputato, i buoni-pasto, gli altri fringe benefits non-monetari e gli autoconsumi; la grave deprivazione materiale, invece, indica coloro che mostrano almeno quattro segnali di deprivazione su un elenco di nove, rappresentati da (1) essere in ritardo nel pagamento di bollette, affitto, mutuo o altro tipo di prestito, (2) non poter riscaldare adeguatamente l’abitazione, (3) non poter sostenere spese impreviste di 800 euro, (4) non potersi permettere almeno un pasto adeguato almeno una volta ogni due giorni, cioè con proteine della carne, del pesce o equivalente vegetariano, (5) non potersi permettere una settimana di ferie lontano da casa, (6) non potersi permettere un televisore a colori, (7) non potersi permettere una lavatrice, (8) non potersi permettere un’automobile, (9) non potersi permettere un telefono (report ISTAT 2014 su Reddito e condizioni di vita).

La tabella seguente ci riporta i valori relativi alla povertà relativa per l’anno 2014.

La tabella descrive la linea di povertà relativa per l'anno 2014 in Italia, come riportata nel report 2014 dell'Istat sulla Povertà. Una famiglia composta da un singolo individuo è in povertà relativa se ha un reddito annuo inferiore a 625,15 euro, mentre per una famiglia composta da 2 persone la linea di povertà è rappresentata da un reddito di 1'041,91 euro. Lalinea di povertà aumenta progressivamente con il numero dei componenti, fino ad arrivare a 2'500,58 per una famiglia composta da 7 o più persone.

Figura 4. La linea di povertà relativa per l’anno 2014 in Italia, come riportata nel report 2014 dell’Istat sulla Povertà.

Dal report Istat 2014 sulla povertà si evince quindi che le persone più povere sono donne, minori, anziani e residenti al sud. Inoltre, la povertà assoluta interessa il 23,4% delle famiglie composte da soli stranieri e il 4,3% delle famiglie composte da italiani. Analoga situazione per quanto riguarda la povertà relativa, che interessa il 28,6% degli stranieri contro l’8,9% degli italiani.

Possiamo inoltre notare come la povertà relativa si sia mantenuta a livelli sostanzialmente stabili negli anni 2013 e 2014 e che il numero di famiglie povere è passato da 2’723’000 del 2012 a 2’645’000 del 2013 e a 2’654’000 del 2014, con una variazione non significativa per gli ultimi due anni, dal momento che i dati si basano su indagini campionarie. Anche la povertà assoluta ha subito un lieve calo. In ogni caso, riteniamo che difficilmente le riforme introdotte nel mercato del lavoro saranno sufficienti a risolvere alla radice il problema della povertà, né tanto meno quello del rischio povertà, rendendosi necessarie misure di sostegno al reddito più mirate.

REDDITO DI CITTADINANZA/MINIMO GARANTITO E LAVORO

Qualcuno potrebbe allora obiettare: “E si, ma se alle persone riconosci il diritto ad avere un reddito minimo, poi finiranno tutte per ingrossare le fila del popolo dei disoccupati o, il che è ancora peggio, quello dei NEET”.

E di primo acchito, chi potrebbe contestare questa osservazione? In realtà, il discorso non è banalizzabile. Anzitutto perché tipicamente, le varie proposte di RMG o di reddito di cittadinanza condizionato prevedono la condizione che la persona si impegni nella ricerca di un lavoro (che, assieme al basso reddito, rappresenta una delle condizioni alla base del significato della definizione di RCC), o che si dedichi ad attività socialmente utili, che siano pagate o fornite come prestazione volontaria. La seconda disposizione è volta a far si che la persona non se ne stia lì con le mani in mano, ma che contribuisca a fornire servizi utili alla comunità di appartenenza.

Peraltro, a questo proposito, diventa dirimente individuare la soglia da attribuire per il RMG. E’ ovvio che il reddito minimo deve risultare inferiore al salario minimo di cui si è accennato più sopra, qualora presente, e in ogni caso che non sia troppo elevato, di modo che chi non si accontenta della filosofia alla Baloo di vivere con il minimo e lo stretto indispensabile sia portato a cercare lavoro o a crearselo.

Peraltro, come evidenzia il già citato working paper sul reddito di cittadinanza di Pasquale Tridico, nei Paesi UE in cui questa forma di sussidio viene adottata con efficacia, i livelli occupazionali non sono certo bassi.

QUAL E’ LA SITUAZIONE IN EUROPA?

Non intendiamo dilungarci troppo sulla situazione in Europa, rimandando ancora una volta ai riferimenti analizzati per approfondimenti. Al proposito, oltre al pluricitato working paper sul reddito di cittadinanza di Pasquale Tridico, pensiamo sia bene riprendere ora lo studio “Reddito minimo e nuove forme di welfare”, anch’esso già citato precedentemente, che, all’inizio del  capitolo 8, “un confronto europeo sui sistemi di reddito minimo”, evidenzia come:

L’Italia è uno dei pochi Paesi europei, insieme alla Grecia e alla Bulgaria, a non aver mai introdotto il reddito minimo tra le proprie politiche di welfare. Nel 1992 l’Unione Europea aveva invitato gli stati membri ad allinearsi a quei paesi che vantavano una tradizione di reddito garantito già dagli anni ’70 o ’80 (come Gran Bretagna, Francia e Germania rispettivamente). L’Italia rimase indifferente a questo invito,  così alle successive esortazioni della Commissione: nel 2008, per esempio, l’Unione aveva sollecitato misure di inclusione per i cittadini europei esclusi dal mercato del lavoro. 

E’ tuttavia importante considerare come il reddito minimo, nei Paesi europei che lo abbiano adottato, abbia avuto un significativo impatto sulla società. Le modalità di erogazione di tale reddito presentano variazioni da Paese a Paese, ma vi è una certa uniformità negli obiettivi: sostenere le fasce deboli della popolazione e favorirne l’effettivo reinserimento nel tessuto occupazionale e sociale.

RISORSE “MAL RIPOSTE”

Dal nostro punto di vista, non si tratta di un problema di reperimento delle risorse necessarie, quelle ci sono.

Nel prossimo capitolo specificheremo meglio come i costi delle varie soluzioni di RMG possano andare da 1,5 miliardi di euro fino a circa 25, ma a nostro avviso non è tanto questo il problema.

Lo si può capire se si considera che la manovra di Renzi degli 80 euro in busta paga è costata 10 miliardi di euro, che il piano Garanzia Giovani in Italia costa circa 1,5 miliardi di euro all’anno tra Fondo Sociale Europeo e risorse nazionali e che la spesa pubblica annua dello stato ammonta a circa 800 miliardi di euro.

E’ proprio questo ultimo dato a far pensare che il problema del reperimento delle risorse sia di tipo strutturale e organizzativo, piuttosto che legato ad un’effettiva mancanza di disponibilità monetarie. In altre parole, unificando le varie forme assistenziali oggi presenti e/o coordinando i programmi di finanziamento europei, che spesso prevedono tra i loro obiettivi il contrasto alla povertà e all’esclusione sociale, si potrebbero trovare i soldi necessari.

Infatti, è possibile osservare come la spesa per gli ammortizzatori sociali in Italia sia del tutto rivedibile dal punto di vista dell’equità, come evidenziato da un articolo di “San Precario” su Il Fatto Quotidiano e ancora dal rapporto 2015 sulla lotta alla povertà a cura della Fondazione Zancan. In particolare, da quest’ultima emerge come le risorse destinate al welfare “Nel 2012 erano 424 miliardi, di cui 103 per la sanità (tutte prestazioni in servizi a carico delle Regioni), 287 per la previdenza (tutti trasferimenti economici a carico dell’Inps) e 34 per l’assistenza (di cui almeno tre quarti in denaro e gestiti dall’Inps) […] «Le ragioni sono sostanzialmente due», spiega Maria Bezze, uno dei curatori dell’indagine della Fondazione padovana. La prima ha a che vedere con i beneficiari. La seconda con l’oggetto del trasferimento. Partiamo dal primo punto. «L’Inps ci dice che nel nostro Paese per ogni 100 euro spesi, soltanto 3 vanno al 10% più povero della popolazione; escludendo poi la spesa previdenziale, al 10% più povero sono destinati 7 euro su 100 spesi per prestazioni sociali non pensionistiche», spiega Bezze. Da analisi internazionali risulta che in Italia al 20% più povero della popolazione va il 9% di tutti i trasferimenti monetari pubblici, mentre mediamente nei Paesi Ocse va il 21,7% (dato 2010). Soltanto la Turchia destina una quota di trasferimenti inferiore a quella italiana (5,2%) a beneficio del 20% più povero. «Questo accade perché una larga parte dei supporti finisce nelle tasche di chi non ne avrebbe bisogno, o almeno non ne avrebbe bisogno in quella misura» […] “.

Inoltre, è possibile constatare come le allocazioni previste per i Fondi di Investimento e Strutturali dell’UE (che comprendono tra gli altri il Fondo Sociale Europeo, il Fondo Europeo di Sviluppo Regionale, il Fondo Europeo Agricolo per lo Sviluppo Rurale) in Italia ammontano a circa 42,7 miliardi di euro per il settennio 2014-2020, ovverosia circa 6,1 miliardi di euro all’anno, parte dei quali potrebbe essere impiegata in maniera più mirata per il contrasto alla povertà. E infatti, il reddito minimo introdotto in via sperimentale in Lombardia, di cui vi abbiamo fatto cenno nell’introduzione, deriva parte dei propri fondi dal Fondo Sociale Europeo.

Ancora, una piccola parte delle risorse potrebbe provenire dalla riduzione delle pensioni d’oro e un’altra non trascurabile dalla tassazione delle transazioni finanziarie speculative in Europa.
Per finire, sebbene il tema sia tutt’altro che facile da affrontare, si potrebbero recuperare molte risorse dal contrasto all’evasione fiscale (con tutta la disparità sociale che questa comporta), “l’evasione Fiscale stimata ogni anno in Italia si aggira tra i 150 e i 200 miliardi, a cui però bisogna aggiungere ben altri 60 miliardi di spese vive che il nostro Paese affronta per gestire i reati legati all’evazione, corruzione e simili.” Basti ricordare che Apple è stata recentemente condannata a pagare 318 milioni di euro al fisco per un’evasione fiscale di 880 milioni in 6 anni, cioè circa 146 milioni di euro di evasione all’anno tra il 2008 e il 2013.

   

 

QUALI SOLUZIONI POSSIBILI IN ITALIA?

Le soluzioni possibili in Italia sono numerose e in effetti sono numerose anche le proposte di legge depositate in Parlamento.

Molto probabilmente, quella di più prossima realizzazione è la proposta di Tito Boeri, il presidente dell’INPS, da un lato perché è già da tempo discussa alle alte sfere e dall’altro perché è sicuramente meno impegnativa dal punto di vista economico per le risorse statali.

La proposta dell'INPS per un reddito minimo garantito per gli over 55, fonte studio "Reddito minimo e nuove forme di welfare"

Figura 5. La proposta dell’INPS per un reddito minimo garantito per gli over 55, fonte studio “Reddito minimo e nuove forme di welfare”.

Il prospetto di figura 5 è più che esplicativo del funzionamento di questa forma di reddito. Si fa presente che il costo della manovra è stimabile ben al di sotto degli 1,5 miliardi, riportati come dato estremamente cautelativo.
Un’altra forma di RMG a più ampio spettro, rivolta alle persone in condizioni di difficoltà economica e non coperte dai sussidi di disoccupazione, è quella avanzata da Pietro Ichino, di cui si offre un prospetto in figura 6, rimandando ancora una volta allo studio “Reddito minimo e nuove forme di welfare” per approfondimenti.

Figura 6. La proposta di RMG di Pietro Ichino. Fonte "Reddito minimo e nuove forme di welfare"

Figura 6. La proposta di RMG di Pietro Ichino. Fonte “Reddito minimo e nuove forme di welfare”

Qui si vuole soltanto fare presente che si tratta di una forma di RMG condizionale, cioè che richiede l’impegno attivo alla ricerca del lavoro da parte della persona e che è pensato quindi come reddito di inserimento, ovverosia per favorire il reinserimento lavorativo dell’individuo.

Da ultimo, riportiamo la proposta di legge del Movimento 5 Stelle,

Figura 7. La proposta di reddito minimo di cittadinanza avanzata dal Movimento 5 Stelle

Figura 7. La proposta di reddito minimo di cittadinanza avanzata dal Movimento 5 Stelle. Fonte “Reddito minimo e nuove forme di welfare”

Il valore preso a riferimento per la determinazione della soglia del reddito minimo è legato alla soglia ISTAT calcolata per la povertà assoluta nel 2012, per un singolo di età compresa fra i 18 e i 59 anni, residente in un’area metropolitana del Centro, pari a 786 euro.

Nonostante il termine cittadinanza, tale forma di sostegno al reddito sarebbe pensata per tutti i soggetti maggiorenni residenti in Italia e quindi non solo per i cittadini italiani. Anch’esso inoltre è di tipo condizionale, in quanto il beneficiario deve dimostrare un impegno attivo alla ricerca del lavoro, secondo condizioni ben dettagliate nella proposta di legge.

La proposta del Movimento 5 Stelle, se da un lato pare molto interessante come mezzo di contrasto alla povertà, dall’altro, oltre a suggerire una ricalibrazione della soglia di RMG in funzione del territorio di riferimento (allo stesso modo di quanto accade per la soglia della povertà assoluta), pone dubbi circa la sua effettiva capacità di impedire un aumento della disoccupazione, per via del rischio che il cittadino non si impegni più in maniera efficace nella ricerca del lavoro, nonostante le misure preventive disposte nella medesima legge.

Non per questo la riteniamo una misura non valida, ma pensiamo di aver bisogno di un po’ più tempo per maturare una posizione decisa in proposito. Di primo acchito, quello che riteniamo più rivedibile, è la necessità di fissare un limite di tempo piuttosto ristretto entro il quale, se non si è trovata un’occupazione, il beneficiario perde il diritto al RMG; tipicamente infatti le proposte fissano un minimo di tre anni, ma dal nostro punto di vista occorrerebbe riportare il limite temporale ad un massimo di 1 anno o 1,5 anni, nel rispetto della dignità del beneficiario e per evitare che questi non faccia fruttare al meglio i tre anni messi a disposizione con il RMG.

CONCLUSIONI

Il RMG, o RCC rappresenta una forma di assistenza al reddito funzionale a contrastare i problemi della povertà e del rischio di povertà in Italia, che non comporta necessariamente una stagnazione o una riduzione dell’occupazione.

Il problema della copertura finanziaria appare prevalentemente legato a una mancanza di volontà politica e, in secondo luogo, alle incertezze sul suo effettivo funzionamento sin dalle fasi della sua prima implementazione.

A nostro avviso, si tratta di una misura fondamentale per contrastare le criticità presenti che colpiscono numerose famiglie residenti in Italia a partire dalla crisi economica delle economie avanzate, iniziata nel 2007, stante l’inefficacia dimostrata delle misure di austerity attuate a livello UE, soprattutto per i Paesi del Sud Europa.

Cercheremo di aggiornarvi quanto prima con nuovi post a sostegno di questa nostra posizione.